COMUNICAZIONE INTENZIONALE E GIOCO SOCIALE

Come e perchè gli animali negoziano e si accordano per giocare

da Animal play: evolutionary, comparative and ecological perspectives Marc Bekoff and John A. Byers 1997 Cambridge University Press

 

Copertina libro Marc Bekoff

Segue una interessante traduzione tratta del testo Animal Play di cui Bekoff è autore, che ci invita ad importanti riflessioni sul gioco. Anche se datato, rimane una spiegazione accurata che aiuta la professione di educatore cinofilo e favorisce la comprensione del gioco tra cani.

Buona lettura!

Gioco sociale, Evoluzione, finzione e svolta cognitiva

 

Alano - Gioco,, testing, o competizione? Scopri i molti significati dei comportamenti del cane

 

Per tornare al nostro argomento attuale: gli animali inferiori, così come l’uomo, provano manifestatamente piacere e dolore, felicità e tristezza. La felicità non è mai mostrata meglio che nei giovani animali, come i cuccioli, i gattini, gli agnelli ecc.,quando giocano assieme, come fanno i nostri bambini. Perfino gli insetti giocano assieme, come ha ben descritto un eccellente osservatore, P. Huber, che osservò le formiche fare la caccia e far finta di mordersi a vicenda, come fanno molti cuccioli ( C. Darwin 1871-1936 p.448).

Pierre Huber (1810 p.148), nel suo libro sul comportamento delle formiche, dichiara che se non si fosse abituati a considerare gli insetti come macchine ci si troverebbe in difficoltà a spiegare il comportamento sociale di formiche ed api senza attribuir loro emozioni. (..... )

Hubert osservò le formiche giocare. Il gioco, come le citazioni sottostanti dimostrano, sembra coinvolgere la finzione, e per la finzione vengono di solito richieste intenzioni più sofisticate di quanto siano in genere attribuite alle formiche.

Come poteva Huber aver visto o dedotto la finzione dal comportamento delle formiche? E come poteva essere sicuro che il comportamento osservato non fosse, nei fatti, diretto verso qualche funzione molto specifica e immediata?

(.....)  Noi ed altri riteniamo che il gioco sociale sia un trattabile, evoluto fenotipo comportamentale che si presta ad un dettagliato studio empirico. E, la flessibilità e la versatilità del gioco sociale lo rendono un buon candidato per studi cognitivi evolutivi e comparativi compresi quelli che sono centrati sui modi nei quali gli animali potrebbero negoziare degli accordi per impegnarsi in interazioni sociali cooperative. Così, l’approccio cognitivo etologico è utile per cercare di comprendere il comportamento di gioco sociale in diversi animali per un numero di ragioni (Jamieson and Bekoff, 1993; Bekof, 1995 a, b; Allen e Bekoff, 1997; Bekoff, 1997).

 

Che cos' è il gioco?

Il termine gioco copre un’ampio range di patterns comportamentali. rispetto a questo non è diverso da termini come “ nutrirsi” o “accoppiarsi”, entrambi possono comprendere una varietà di differenti comportamenti quando si comparano membri della stessa specie o di specie diversa. Tuttavia, a differenza del gioco, il nutrirsi o l’accoppiarsi possono essere facilmente identificati come funzioni biologiche (.....)

Alternativamente è stato talvolta suggerito che il gioco serva ad alcune funzioni generali, come il miglioramento delle capacità cognitive e motorie dei giovani animali, la sottomissione per una possibile resa dei conti, per esempio nella caccia, nel foraggiamento, o le abilità sociali di questi animali dal momento del gioco e per tutta la loro esistenza. (....) E’ difficile progettare esperimenti per testare le ipotesi sulla funzione del gioco che siano allo stesso tempo praticabili ed etiche. Perciò il gioco sembra essere sia senza funzione che poter essere considerato utile per diverse funzioni per individui di specie, sesso ed età diversa (Bekoff e Byers,1981; Fagen, 1981; Byers e Walzer, 1995; Burghardt, 1996; Watson e Croft, 1996).

Queste considerazioni hanno condotto Bekoff e Byers (1981 p.300-301; anche Matrin e Caro 1985) ad evitare una caratterizzazione di gioco offrendo la seguente definizione: “Gioco è tutta l’attività motoria effettuata dopo la nascita che appare (con nostra enfasi) essere senza proposito, nella quale i patterns motori da altri contesti possono spesso essere usati in forma modificata e con alterate sequenze comportamentali. Se l’attività è diretta verso un altro essere vivente è detta gioco sociale. Questa definizione è centrata sulla struttura della sequenza di gioco – che cosa fanno gli animali quando giocano – e non su possibili funzioni del gioco (....)

Può esserci una biologia evolutiva del gioco?

Il possibile problema dell’intenzionalità Alexander Rosemberg (1990) presenta alcune sfide all’approccio evolutivo del gioco sociale. uno dei fatti che incardina la sua rivendicazione è che il gioco sia una attività intenzionale(....)

Il problema con questa argomentazione è che il genere di “singola teoria esplicatoria generale” al quale si riferisce non è ( e non dovrebbe essere) di quel tipo al quale di solito la biologia evolutiva è riferita. (....) Il gioco, dobbiamo ammettere, non è in forma peggiore di quei ben trincerati targets della spiegazione biologica.

Gioco, finzione e intenzionalità 

Dopo tutto, da un punto di vista evolutivo, dovrebbe esserci un elevato vantaggio sulla veridicità dei processi cognitivi. La percezione, l’organismo che pensa dovrebbe, per quanto possibile, far funzionare bene le cose. Finora la finzione vola sulla faccia di questo principio fondamentale. Nella finzione noi distorciamo deliberatamente la realtà. Quanto bizzarro poi che questa abilità non è l’assennato culmine dello sviluppo intellettuale ma invece fa la sua apparizione completa e precoce nelle prime fasi dell’infanzia ( Leslie 1987, p.412).

Come si è visto prima, le discussioni sul gioco comunemente sono riferite al concetto di finzione. Dal momento che la finzione sembra essere una abilità cognitiva alquanto sofisticata, alcuni autori sono arrivati a negare che animali non umani possano essere coinvolti nel gioco. Rosemberg (1990), per esempio, associa la finzione con l’intenzionalità di terzo ordine (Grice, 1957; Dennet, 1983, 1987). Secondo Rosemberg, per un animale A che sta veramente giocando con B, deve essere che “A esegue D ( l’azione del gioco) con l’intenzione che B riconosca che A sta facendo D non seriamente ma per gioco. Così A vuole che B creda che A voglia fare D non sul serio ma per altri obiettivi o scopi (Rosemberg, 1990 p.184). Questo è terzo ordine perché ci sono tre livelli di attribuzione di stati mentali coinvolti, ad es. A CREDE che B CREDA qualcosa su cosa DESIDERA A. Secondo questo requisito si potrebbe escludere il gioco non solo negli animali non umani, ma anche nei bambini.

In contrasto con questo approccio la caratterizzazione di gioco di Bekoff e Byers è neutra sull’intenzionalità del comportamento di gioco. Ultimamente potrebbe essere scoperto che il gioco è un’attività intenzionale, ma sarebbe prematuro, secondo noi, includere questo nella definizione di gioco. (....)

Millikan (1984) fornisce un approccio contrastante sull’intenzionalità. Secondo la teoria di Millikan, l’intenzionalità è una proprietà funzionale – le attribuzione di intenzionalità forniscono informazioni sul ruolo storico di una particolare peculiarità, ma non spiegano direttamente o predicono le operazioni della peculiarità. Per comprendere questo è utile considerare un esempio non intenzionale di una proprietà funzionale.: la funzione di uno spermatozoo per penetrare nell’uovo. Perfino conoscendo questa funzione, non si può predire che un qualsiasi spermatozoo particolare penetrerà l’uovo – è molto più probabile che questo non lo farà. (....)

 

Segnali di gioco

Quando gli animali giocano tipicamente usano patterns di azione che sono usati anche in altri contesti, come nel comportamento predatorio, in quello antipredatorio, e nell’accoppiamento. Questi patterns di azione possono non essere intrinsecamente differenti nei differenti contesti, o possono essere difficili da discriminare persino per i partecipanti. Per risolvere il problema che potrebbe verificarsi, per esempio, nel confondere gioco per accoppiamento o combattimento, molte specie hanno evoluto segnali che servono per stabilire e mantenere un “umore” o un contesto di gioco. In molte specie nelle quali il gioco è stato descritto, i segnali di sollecitazione al gioco sembrano promuovere una qualche sorta di cooperazione tra i giocatori così che ognuno risponda all’altro in una maniera giocosa e diversa dalla risposta che la stessa azione avrebbe elicitato in un  altro contesto ( Bekoff 1975, 1978, 1995b Bekoff Byers 1981, Fagen 1981).

I segnali di sollecitazione al gioco forniscono anche un aiuto nell’interpretazione di altri segnali da parte del ricevitore ( Hailman 1977, pag.226). I coyotes, per esempio, rispondono differentemente alle posture di minaccia in assenza di ogni precedente segnale di gioco rispetto a ciò che fanno quando le posture di minaccia sono immediatamente precedute da un segnale di gioco o nel mezzo di una sequenza che era stata preceduta da un segnale di gioco (Bekoff 1975). Visti i possibili rischi che possono derivare dal confondere il gioco con un'altra forma di attività, non è sorprendente che gli animali possono aver evoluto segnali chiari e non ambigui per sollecitare e sostenere il gioco. (....)

Bekoff propone le seguenti domande:

  1. quale proporzione di morsi diretti alla testa, collo o corpo di un partner di gioco e accompagnati da un rapido scuotimento della testa erano immediatamente
    preceduti o seguiti da un inchino?
  2. Quale proporzione di altri patterns comportamentali oltre ai morsi accompagnati da un rapido scuotimento della testa da lato a lato venivano immediatamente preceduti o seguiti da un inchino?

Le azioni considerate qui erano: prendere in bocca o mordere gentilmente con la bocca che non veniva chiusa strettamente e senza rapidi scuotimenti qua e là, mordere senza scuotere la testa qua e là, chin-resting ( alzare il mento), montare da dietro ( come in un incontro sessuale), hip-slamming ( sbattere il fianco), restare in piedi (standing over) assertivamente, standing over incompleto o vocalizzare aggressivamente (per le descrizioni vedere Bekoff, 1974; Hill e Bekoff, 1977) (....)

I risultati dello studio di Bekoff supportano la deduzione che gli inchini potrebbero servire per fornire informazioni su altre azioni che seguono o precedono loro. Inoltre nel mandare il messaggio “voglio giocare” quando stanno cominciando il gioco, gli inchini prodotti in un contesto differente, vale a dire durante il gioco sociale, potrebbero anche veicolare il messaggio”voglio giocare nonostante ciò che farò o ho appena fatto – voglio ancora giocare” quando potrebbe esserci un problema nella condivisione di questa informazione tra due animali che interagiscono. Differenze di specie sono pure presenti e possono essere interpretate attraverso ciò che è conosciuto sulle variazioni nelle prime fasi dello sviluppo sociale in questi canidi ( Bekoff, 1974; Feddersen – Petersen, 1991).

Le differenze interspecifiche sono correlate anche sulla domanda che ci si pone. Per esempio, i piccoli coyotes sono molto più aggressivi e ingaggiano significativamente più combattimenti legati al rango di dominanza (rank-related dominance) rispetto ai cani giovani ( o adulti) o ai piccoli lupi che sono stati studiati. Durante il corso di questo studio, nessuna consistente relazione di dominanza è venuta a stabilirsi sia nei cani che nei lupi, e non ci sono state grandi differenze individuali nei patterns di gioco che sono stati analizzati in questo studio. Il gioco sociale nei coyotes viene tipicamente osservato soltanto dopo che le relazioni di dominanza si sono stabilite nelle interazioni tra due soggetti.

Oltre a segnali come gli inchini, è possibile anche che la maggiore varietà di sequenze di gioco quando comparata alle sequenze di comportamenti agonistici ( Bekoff e Byers, 1981) permetta agli animali di usare le più varie sequenze di gioco come un segnale composito di gioco che aiuta nel mantenere un umore adatto al gioco; non soltanto fare inchini ha un valore di segnale, ma così anche per le sequenze di gioco (Bekoff, 1976;1977).

L’auto-handicappamento (e.g. Altmann 1962), avviene, per esempio, quando un individuo dominante si permette di essere dominato da un animale subordinato, potrebbe essere importante anche per mantenere il gioco sociale in corso. Watson e Croft, 1996) scoprirono che i canguri collo rosso (Macropus rufogriseus banksianus) adattano il gioco all’età del loro partner. Quando avevano a che fare con partner più giovane, l’animale più anziano adottava una postura difensiva, appiattita a terra, ed avvenivano più zampate che combattimenti. Inoltre il giocatore più anziano era più tollerante delle tattiche del suo partner e prendeva l’iniziativa in interazioni prolungate. Mentre c’è bisogno di maggiori dati, questo studio suggerisce anche che i benefici del gioco potrebbero variare a seconda dell’età dei partecipanti.

Mettere il gioco in un contesto cognitivo più ampio I dati presentati sopra suggeriscono che almeno alcuni canidi ( e più probabilmente altri mammiferi) cooperano quando ingaggiano il gioco sociale, e possono negoziare queste alleanze cooperative attraverso la condivisione delle loro intenzioni. Fagen (1993, p.192) ha anche notato che “il livello di cooperazione nel gioco dei giovani primati può andare oltre quegli enunciati che partono da semplici argomentazioni evolutive ….” In generale, gli animali che si impegnano nel gioco sociale usano segnale specifici per modulare gli effetti di patterns comportamentali che vengono tipicamente prodotti in altri contesti, ma il cui significato cambia in un contesto di gioco.

L’abilità di impegnarsi nel gioco di finzione (per es manipolare un oggetto come se fosse qualcos’altro) normalmente appare per la prima volta nei bambini attorno ai 12 mesi di età (Flavelet al, 1987). Questo è ben prima che i bambini siano capaci di stati di attribuzione mentale agli altri. I bambini sembrano anche capaci di impegnarsi nel gioco sociale prima che abbiano una teoria sviluppata di mente.

 

 

È anche possibile che l’esperienza con il gioco promuova l’apprendimento circa le intenzioni degli altri. Perfino se la capacità generale per la comprensione degli stati mentali degli altri è una caratteristica specificatamente umana, molte altre specie possono essere capaci di condividere informazioni su intenzioni particolari, desideri e convinzioni. Come potrebbe servire un inchino per gioco a comprendere da chi lo riceve lo stato intenzionale di chi lo manda? È possibile che chi lo riceve condivida le intenzioni (desideri, convinzioni) di chi lo manda basate sull’esperienza precedente del ricevitore in situazioni nelle quali ha effettuato gli inchini. Date le nostre precedenti discussioni su meccanismi specializzati, può essere ragionevole attribuire un’inferenza molto specifica di secondo ordine della forma “quando mi inchino voglio giocare così quando tu ti inchini vuoi la stessa cosa” senza volersi compromettere con una capacità generale per il possesso di stati mentali di secondo ordine in questi animali.

Recentemente, Gopnik ( 1993, p. 275) ha affermato che “…certi tipi di informazione che vengono, letteralmente, dal proprio interno vengono codificate nella stessa maniera di una informazione che arriva osservando il comportamento degli altri. C’è un fondamentale sistema rappresentazionale cross-modale che connette sé e gli altri”. Gopnik dichiara ( vedere anche Meltzoff e Gopnik 1993) che i movimenti corporei degli altri sono mappati sulla sensazione cinestesica di ciascuno, basata sulle precedenti (prior ) esperienze dell’osservatore, e supporta la sua dichiarazione con le discussioni sull’imitazione nei nuovi nati umani.

Per esempio, Gopnik vuole sapere se c’è un equivalenza tra gli atti che i bambini vedono gli altri fare e gli atti che producono loro stessi, e immagina “che c’è uno ’schema del corpo’ molto primitivo e fondazionale che permette al piccolo di unificare gli atti visti dagli altri e quelli percepiti come propri all’interno di un contesto” ( Gopnik, 1993). Se con “primitivo e fondazionale” Gopnik intende filogeneticamente antico, allora dovrebbero esserci degli esempi, o almeno dei precursori, di questa abilità in altri animali. Gopnik e il suo collega Andrei Meltzoff considerano anche la possibilità che ci sia “una mappa innata per alcuni tipi di percezioni dei propri stati interiori… in particolare, noi mappiamo in maniera innata i movimenti corporei degli altri sulla nostra propria senzazione cinestesica. Questo ponte iniziale tra interno ed esterno, tra sé e gli altri, sottolinea la nostra convinzione che tutti gli stati mentali sono qualcosa che condividiamo con gli altri” (Gopnik, 1993, p. 275; vedere anche Flanagan, 1992, pp.102ff).

Come queste idee potrebbero essere applicate agli animali non umani necessita di ulteriori studi.

Ci sono suggerimenti preliminari che l’idea di Gopnik potrebbe ricevere alcuni sostegni dalla ricerca comparativa sulla cognizione animale. Per esempio, Savane-Rumbaugh (1990, p.59) nota che “nello stesso modo, se Sherman urla quando è arrabbiato o ferito, Sherman può dedurre che Austin provi sensazioni simili quando sente Austin urlare. Questo punto di vista è supportato dall’osservazione che Sherman, nel sentire l’urlo di Austin, non reagisce soltanto, ma cerca le cause del distress di Austin. “Questa relazione causa effetto viene generata dopo una sufficiente esperienza – se un animale urla quando arrabbiato o ferito egli può dedurre che un altro stia provando sensazioni simili quando lo sente urlare. Tommasello, Gust, e Frost (1989) notano anche che alcuni gesti negli scimpanzè potrebbero essere stati imparati con “l’imitazione di secondapersona” – “ un copiare individuale un comportamento a lui diretto da un altro individuo” (p.35).

Concludono (p.45) che gli scimpanzè “ possiedono sofisticati poteri di cognizione sociale che utilizzano nel determinare che cosa è percepito da un cospecifico e come quel cospecifico è probabile reagisca a vari tipi di informazione…”

C’è anche la possibilità che nel gioco sociale un cane potrebbe essere capace di sapere che un altro cane vuole giocare attraverso la comprensione di come si sente quando effettua un inchino per gioco. Tra le domande che necessitano di essere studiate nei dettagli c’è “ un cane deve aver prodotto un inchino ( o un’altra azione) prima di sapere ciò che un inchino significa e di conseguenza di essere capace di fare attribuzioni di stati mentali ad altri individui?” Le seguenti due ipotesi dovrebbero essere distinte:

  • vedere un inchino per gioco induce un umore di gioco in chi lo riceve a causa della mappatura cinestesica 
  • vedere un inchino per gioco induce la conoscenza in chi lo riceve di come l’attore si senta.

Con rispetto agli inchini, alla fine, ci sono dati che suggeriscono che c’è una componente genetica dentro di loro; i primi inchini che vengono osservati produrre dai giovani canidi sono altamente stereotipati e avvengono in un corretto contesto sociale (Bekoff, 1977). Possono questi dati supportare l’idea di Gopnik sul “primitivo e fondazionale schema del corpo”? e, se così, come viene incorporato l’apprendimento all’interno dello sviluppo delle capacità di comunicazione sociale? Incuranti di come nature and nurture si mescolino, prove sparse a nostra disposizione supportano l’opinione che gli studi di cognizione animale possano dare informazioni per lo studio sulla cognizione umana, e che molta più ricerca comparativa è necessaria.

 

Gorilla di Montagna

 

Conclusioni: gioco sociale e studi comparativi di cognizione animale

Dal momento che il gioco sociale è un fenomeno ampiamente diffuso, specialmente tra i mammiferi, esso offre l’opportunità per molti più lavori veramente comparativi ed evolutivi
sull’intenzionalità, la comunicazione e la condivisione di informazioni ( vedere anche Parker e  Millbraith, 1994). La raccolta di nuovi dati fornirà una più ampia prospettiva sulle origini dell’intenzionalità nelle varie specie. Tuttavia, alcuni primatologi scrivono come se i loro fossero gli unici soggetti capaci di riconoscere le intenzioni degli altri. Per esempio Byrne (1995, p. 146) scrive: “ le grandi scimmie sono certamente “speciali” in qualche modo nel rappresentarsi mentalmente le menti degli altri. Sembra che le grandi scimmie, specialmente lo scimpanzè comune, possano attribuire stati mentali ad altri individui; ma nessun altro gruppo di animali è capace di farlo – a parte noi stessi, e forse i cetacei”.

Per respingere la possibilità che i non primati  iano capaci di possedere una teoria della mente, non soltanto sono necessari ulteriori dati, ma quelli esistenti sull’intenzionalità dei non primati devono essere riconsiderati ( vedere anche Beck 1982 sul “chimpocentrismo”). Inoltre, le dichiarazioni sull’unicità dei primati non umani sono spesso basati su pochi dati comparativi derivati da un esiguo numero di tests di primati non umani che potrebbero non essere interamente rappresentativi della loro specie. Il range di tests che è stato
usato per ottenere prove di attribuzioni intenzionali è pure estremamente piccolo, e simili tests sono spesso influenzati (biased) dalle attività che possono favorire le scimmie di una specie (apes) su un’altra (monkeys) o i membri di altre specie. C’è la prova (Whiten e Ham, 1992) che i topi possano superare le scimmie (apes) in alcune capacità imitatorie. Questi dati non rendono i topi “speciali”; piuttosto suggeriscono che è importante investigare le abilità di vari organismi nel rispetto delle loro normali condizioni di vita. Lo studio sul gioco sociale offre questa opportunità.

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